Le dritte del sociologo Morace:
cura, passione, curiosità

Sociologo, presidente di Future Concept Lab e ideatore del Festival della Crescita, Francesco Morace incarna il desiderio e la necessità di agire. Ospite al Meeting annuale Doc che si è tenuto al Palataurus di Lecco, Morace ha servito ai concessionari spunti operativi incentrati sulla relazione con i clienti. L'abbiamo raggiunto poco prima che salisse sul palco.

Ha preparato un discorso ad hoc?
Ho preparato un discorso che riguarda la relazione con i clienti e la relazione tra la dimensione tecnica, che è quella che evidentemente è anche legata alla loro attività, quindi una dimensione meccanica, di conoscenza molto specifica, e una dimensione che è legata all’empatia, alla capacità di creare relazioni con i clienti, i fornitori… Detto in altre parole, essere parti di un sistema, che per il prossimo futuro è probabilmente la cosa più importante che bisogna imparare.
Noi italiani abbiamo questa capacità di essere empatici, di avere una relazione credibile con i nostri clienti, con i nostri fornitori; dobbiamo imparare a metterla insieme alla conoscenza tecnica e specifica.

Darà delle dritte? Farà in qualche modo il formatore?
Farò in parte, senza farlo pesare, il formatore. Darò tre parole chiave per noi molto importanti, che sono cura, passione, curiosità.
La prima parola è 'cura': oggi bisogna tornare a fare le cose molto bene anche nei dettagli, quindi cura del dettaglio, non solo la dimensione economica ma la dimensione psicologica.
La seconda parola è 'passione': bisogna recuperare la passione nel far le cose, mettendoci del proprio, giocandosi in prima persona, mettendoci la faccia.
Il terzo elemento, fondamentale, è l’idea di 'curiosità', di conoscenza, di non pensare mai di saperla più lunga degli altri e di aver esaurito la propria necessità di conoscere, di apprendere. Bisogna essere curiosi in un mondo che cambia velocemente, pur tenendo salda la propria identità e conoscenza, andare sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e quindi per esempio ascoltare le giovani generazioni, ascoltare tutto ciò che arriva da un mondo tecnologico e digitale che un po’ ci fa paura, capire che tutto può servire a rafforzare il proprio carattere all’insegna della competenza.

Come risponde alla domanda Doc: 'L'uomo al centro. Chi cambierà il futuro?'
Intanto, uomo al centro ma soprattutto donna al centro. Questo è un mondo molto maschile, ma credo che si debba trovare assolutamente il modo per far coincidere questa dimensione anche di sensibilità femminile verso cui il mondo sta andando.
Le grandi direttive, i grandi paradigmi del futuro sono molto più femminili che maschili. Nel senso che questa dimensione dell’empatia, dell’intuizione, della cura sono tutti valori che il mondo femminile ha quasi dentro di sè, nel proprio dna e quello maschile ha meno sviluppato. Quindi, sicuramente, donna al centro da tutti i punti di vista.
E poi futuro al centro, perché molto spesso l’uomo e la donna sono in qualche modo ancorati a un passato che rassicura. Del futuro abbiamo un po’ paura, mentre negli anni 60-70 non era così, oggi sembra che il passato sia migliore del futuro. Questo evidentemente non va bene e quindi bisogna riappassionarsi a un futuro che può darci ancora tanto. 

Ultimamente si sente parlare di decrescita felice, un'evidente contraddizione in termini. Colpa dei tempi?
Sì, noi combattiamo questa idea di decrescita felice proponendo una visione di crescita felice, sostenibile. Sicuramente noi abbiamo adottato nel passato dei modelli di crescita che non erano sostenibili. Quindi c’è del vero anche nel dire: "forse dobbiamo un attimo rallentare", però sempre in una direzione di crescita, in una direzione di futuro. Nel fare questo dobbiamo essere molto più attenti al contesto all’interno del quale ci muoviamo, primo fra tutti l’ambiente, ma anche alle relazioni umane, alla capacità, per esempio, di rispettare le promesse che si fanno.
C'è una dimensione di credibilità, di reputazione, che oggi con il web diventa sempre più importante, perché tutti giudicano e vengono giudicati. Su questo tema della reputazione bisogna ricostruire una visione che non abbandoni però mai questa visione futura di poter migliorare, di lavorare sui propri margini di perfezionamento. È una cosa da imporre a noi stessi e da insegnare ai nostri figli.

Online e offline convivono sempre. Come declinare questo concetto in una concessionaria? Alcuni imprenditori, anche quelli che hanno fatto il passo, temono la digitalizzazione…
Devono tutti capire che noi viviamo ‘onlife’, viviamo ormai continuamente proiettati in un mondo che è insieme digitale e concreto, dove convergono online e real life. Però non bisogna averne paura, perché più andremo avanti e più nel digitale verranno amplificate le qualità umane, quelle vere, quelle relazionali oppure legate a un saper fare meccanico e molto materiale. Quindi, non bisogna vivere il mondo digitale come una sorta di seconda vita, ma capire che è un’estensione della nostra prima vita; se noi siamo bravi a far qualcosa in termini per esempio di manualità, o di sensorialità, dobbiamo solo imparare a raccontarlo anche in quell’altro mondo che ci aiuta a essere più credibili, ad avere una maggiore reputazione.

Sempre valorizzando i talenti?
Il talento torma a essere, come nel Rinascimento, al centro della nostra galassia di vita. Quindi dobbiamo capire in che cosa siamo più bravi degli altri, individuare i nostri talenti, coltivarli e metterci anche della passione, perché se c’è una cosa che alla fine ci rende felici è essere riconosciuti dall’altro come un talento che opera in una direzione magari inaspettata.
Non bisogna fidarsi solo dei manuali, che pure sono importanti perché ti danno una conoscenza di base, poi bisogna metterci sempre del proprio e capire che se hai una vocazione la devi assolutamente alimentare.

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